Eugenio Finardi: Barista, un gettone per il Juke Box!
1976: un tizio entra al Bar Magenta di Milano, chiede – accento largo lombardo americanizzato scoppiato da bar – “Ba-ri-sta un gettone per il Juke Box”, calcetta affettuoso la Macchina, seleziona “Musica ribelle” e via a cantarla a squarciagola. Quel tizio – raccontano le cronache – è Eugenio Finardi. Renzo Stefanel, nella sua consueta Retroterra, ne ricostruisce la storia. Che, strano a dirlo, dai ’70 arriva fino agli Afterhours d’oggi.
Bisogna capirlo, Finardi: che fareste voi a 24 anni quando la vostra prima canzone entra in classifica,dopo anni che ci date dentro? Eppure, nella Milano giacobina e movimentista d’allora, questa non gliela perdonò nessuno. Tanto più che il Magenta era il bar degli studenti di Lotta Continua. Peccato mortale. Tipo strano,’sto Finardi, unico vero rocker anni 70, stretto tra le progressive sorti e magnifiche di Area, Pfm, Orme, Banco, Formula 3, il pop faccia ufficiale di Battisti per il gran pubblico, e le ballate dei cantautori. Classe 52, mamma cantante lirica amerikana, babbo tecnico del suono, vissuto a lungo negli States e bilingue, piccolino incide la bimbocanzoncina “Palloncino rosso fuoco” (1961), tredicenne smania di Robert Johnson, Muddy Waters e John Lee Hooker in vacanza dalla nonna Usa, adolescente squala al Bang Bang, innamorato dei Cream e poi a suonare con l’amico Alberto Camerini nella Dreaming Bus Blues Band, coi Tiger (69), con L’Enorme Maria di Simon Luca (72), con Il Pacco, dove arriva Walter Calloni, al Festival di Re Nudo a Zerbo, Pavia (“due giorni di comunismo”), session man nel primo disco dei fratelli La Bionda così come per gli Stormy Six di “L’unità”, fino al primo singolo,1973 e Numero Uno di Battisti/Mogol, “Hard rock honey/Spasey stacey”, umori blues e turgori rock. Qui trova Demetrio Stratos, ancora nei Ribelli ex-Celentano Clan. Il greco se ne va a raggiungere Area e proto-indie Cramps e Finardi lo segue.
Nel 75, il primo Lp, “Non gettate alcun oggetto dai finestrini” (con Battiato alle tastiere, pseudonimo Franc Jonia), dove il rock sposa l’operaismo militante che era stata di Paolo Pietrangeli e Ivan Dalla Mea: brano simbolo la cover “Saluteremo Il Signor Padrone”, che lo lancia – 30 del 12, applauditissimo – al Palalido, in un concer to organizzato dalla Flm di zona Sempione. È un anno di tour serratissimo, prima con De André, poi con la Pfm dell’amico Lucio “Violino” Fabbri. Tra 73 e 75, due anni di buio e silenzio, su cui giocherà abilmente il lancio pubblicitario Cramps, tanto che all’epoca molti dubiteranno di ero, aghi e buchi, “topi nelle vene”, come dirà Camerini in “Cenerentola”, 1976, con toni da favola. Ne parlerà anche Finardi, tragicamente, in “Scimmia”, da “Diesel”, 1977 (ma ci sono anche il fumo di “Afghanistan”,75,e l’acido di “Oggi Ho Imparato A Volare”,76), il secondo di due bellissimi album (il primo è “Sugo “,1976) che lo consegnano alla storia del rock italiano e ne fanno uno snodo fondamentale. Il merito del risultato va all’eccezionale open band che li realizza: il nucleo storico del Pacco (Finardi, Camerini, Calloni), più tre degli Area (Patrizio Fariselli alle tastiere, Ares Tavolazzi al basso, Paolo Tofani alle chitarre), Lucio “Violino ” Fabbri in prestito dalla Pfm, e tre session man di straordinario valore: Lucio Bardi (chitarra), Hugh Bullen (basso), Claudio Pascoli (sax). La musica, composta quasi tutta da Finardi (Fabbri co-firma “La Radio” e “Ninna Nanna”), è sostanzialmente il risultato dell’addizione Byrds + Rolling Stones + Stephen Stills + Who, capace però di svisare country alla Graham Nash (“La Radio”),jazz rock (“Quasar”,”Diesel”), ipnopsichedelia alla Claudio Rocchi (“Non Diventare Grande Mai”), reggae (“La C.i.a.”) mantenendo sempre saldissima l’impronta della rock song. “Sugo” si apre – chitarre circolari e byrdsiane, riff di violino – con “Musica Ribelle”, canzone manifesto di Finardi, vero credo militante che racconta in realtà le ragioni che l’hanno aiutato a smettere con l’ero: “mollare le menate e metterti a lottare”. Ma anche un distinguo netto tanto dal pop melodico italiano (“le strofe languide di tutti quei cantanti /con le facce da bambini e con i loro cuori infranti”) quanto dai sogni post hippy west coast (“sogna di andare in California”) e progressive (“le porte del cosmo che stanno su in Germania”) in favore del rock (“che ti vibra nelle ossa /che ti entra nella pelle”). Una terza via che nell’Italia super engagé d’allora vuole coniugare impegno politico e musica robusta. “La radio” è l’inno delle radio libere, nata su commissione di Radio Popolare, filastrocca country&western che sembra ritrarre un mondo di felici cowboy dell’etere. Finardi, poi, conduceva una trasmissione su Radio Milano Centrale (ed era allegramente boicottato dall ‘ultrasinistra Canale 96). “Quasar” è uno dei momenti più felici: una jam strumentale ipnotica giocata a due bassi tra Finardi e Tavolazzi,con Pascoli che assola che è un piacere. “Soldi” e “Voglio” sono due grandi pezzi rock, illuminati dagli assoli di Camerini su un intreccio pulsante di basso e piano. “Ninna Nanna” dovrebbe essere dolce, ma è venata da una seconda frase armonica di grande inquietudine: e il dolc’amaro è ripreso dallo sviluppo di archi, piano e coro che la proiettano verso nuvole e stelle. “Sulla Strada”, figlia dell’anno di tour, quieta e serena, vive di un tappeto ritmico hippie, ma in fondo è banale. “Oggi Ho Imparato A Volare” è un cameo rococò quasi alla “Ruby Tuesday”. “La paura del domani”, inizio quasi rumorista, voce effettata elettronicamente, violino a melodia irregolare, crescendo di strumenti, deliri di moog, è chiusura inquietante e notevole. “Diesel”, l’anno dopo, pare la versione speculare e migliorata di “Sugo”: se “Tutto Subito” replica “Soldi” e “Voglio” in versione Who, e “Zucchero” e “Si Può Vivere Anche A Milano” sono di nuovo rococò gentile, “Scuola” vive delle invenzioni lussureggianti di Fariselli e Tavolazzi, che illuminano tutto l’album, e su cui crescono gli assoli di Pascoli: brano musicalmente bellissimo, capace di ricordarsi pure del funky,così come “Non Diventare Grande Mai”, dove è Tofani a fare la parte del leone. “Giai Phong ” è rock speziato di jazz etnico, “Non E’ Nel Cuore” è la ballatona romantica banalotta (fu un successo radio). “Diesel”, davvero bella, è condotta dal solito duo basso e piano, stavolta caldissimi. Chiude “Scimmia”, capolavoro di arrangiamento – una vera piccola sinfonia sugli stessi semplici accordi rock – guidato anche stavolta dagli accordi freddi e metallici del piano di Fariselli e dal basso di Tavolazzi. Il disco successivo, “Blitz”, che contiene la stranota “Extraterrestre”, è già inutile: cambio di musicisti (La Crisalide), bravi ma senza il genio dei precedenti, e isterilimento della vena creativa di Finardi, che ripete cliché. Ma con “Sugo” e “Diesel” Finardi traccia una via per il rock italiano,nel bene e nel male.
La grande lezione,a lunghissimo inascoltata, è che in Italia si può fare rock, originale e di livello. Il punto dolente di Finardi, la verbosità declamante, ha fatto ahimè proseliti: andatosene con gli anni il contenuto politico, è rimasto il misto di considerazioni ribelli e buonsenso cattocomunista (“Perciò va pure a scuola /per non far scoppiar casini”: tirate postsessantottine che irritarono giustamente i creativi del 77) che oggi domina tristemente in Ligabue, non a caso sua spalla nel tour del 90, esordio dell’emiliano. Ma l’idea della canzone rock aperta alle sperimentazioni del momento ha figliato dritti dritti gli Afterhours, che mantengono per fino il violino e una cer ta sloganistica nei testi. Non è poco, no?

