Mina: La storia di una tigre


(Mina e i Flippers – Foto da internet)

La Tigre “umana”, dei Jukebox o – semplicemente – di Cremona. I singoli, gli anni ’60, le mosse d’anca, una giovane Elvis all’italiana. L’Italia che vuole godersi il benessere economico e l’Italia che si rattrista capendo che quel benessere non c’è più. I mille compagni, gli amanti, i flirt. Diventare un’icona per i gay. Diventare la signora borghese che ha sempre sognato di essere. Renzo Stefanel ci racconta la storia di Mina.

Mina inizia da “urlatrice”, una di quei patetici giovani ribelli italiani, primi però a fare rock’n'roll in Italia. Ammorbidito, certo. Con al posto del sesso i bamboleggiamenti da Jerry Lewis, il comico: tanto che, proprio come un suo personaggio, Mina la chiamano “Picchiatella”. Ma questa ragazzina di Cremona, che in quasi ogni intervista rimpiange la sua provincia placida e borghese, è l’unica a cui capita qualcosa di simile ad Elvis, in tv a mezzobusto per il suo su e giù di anca (non si diventa “The Pelvis” per caso). La sua prima volta sul video, a “Lascia o raddoppia”, minorenne, fa venire un coccolone al regista Romolo Siena: “Presto, mandate il primo piano. Solo la testa. Questa canta con tutto il corpo. Qui si finisce male“.

Sarà il suo destino, vogliosa di provinciale rispettabilità ma alfiere suo malgrado della rivoluzione sessuale e sentimentale di milioni di signorine. Cose su cui si chiudere un occhio, ma non se sotto i riflettori. Le donne vi si riconobbero, gli uomini la desiderarono per l’esibita sessualità, i gay la idolatrarono per la vita di lotte e dolori.

Comincia a cantare per le compagne di ragioneria quando mancava un prof, come nei musicarelli. A 18 anni, nel 59, la scrittura un discografico, Matalon (“Veneto?“, chiede la stampa, “No, egiziano“), che la lancia contemporaneamente come Mina, per le canzoni in italiano, e Baby Gate, per quelle in inglese. È rock’n'roll nostrano, stupidino, spensierato, figlio di un’Italia che vuole solo godere del miracolo e sprovincializzarsi, ma non ce la fa: “Splish splash”, “Tintarella di luna”, “Una zebra a pois”, scritta da un Lelio Luttazzi sopraffatto da lei (“La vedevi in un modo e due giorni dopo aveva già cambiato, evoluto, sempre più grande. Che spavento!“). Vuole cambiare repertorio, e incide “Il cielo in una stanza” di quel Paoli altro ribelle giovanile (da ridere, oggi, vero?): sarà che è innamorata – gira con l’attore playboy Walter Chiari, ma nega tutto –, sarà che le va stretto il soprannome di “Tigre” (“dei juke-boxes”, “umana”, “di Cremona”), riferimento alla Callas che adora anche per il carattere. Nel 60 e 61 tenta Sanremo, che aveva criticato: la fischiano, quasi. Non piace proprio per come canta: ma “Le mille bolle blu”, troppo esuberante per allora, troppo poco seria, a sentirla ora, tra gorgheggi da commedia all’italiana, com’era avanti! Quando singhiozza “tu non ci crederai / ma vedo le mille bolle blu“, sembra già Björk, 30 anni prima. E capisci Meg. Che occasione perduta.

Esce così distrutta dall’insuccesso che quasi smette: ma il nuovo manager, Gigante, le regala tour in Giappone e Venezuela, lontano dall’italietta avvelenata con lei, il suo canto, il suo gestire, il suo lifestyle senza muffe. Trionfa da diva: a Tokio suona perfino sulla terrazza di un grattacielo, ben prima dei Beatles.

Al ritorno, conduce un orrendo tv show che la gente guarda solo perché c’è lei. È la colonna sonora delle estati italiane: “Stessa spiaggia stesso mare” è simbolo di un’epoca. È il turno di un altro attore playboy, Corrado Pani, sposato: la processano per concubinaggio, ma lei ci fa pure un figlio, Massimiliano. Morale: bandita dalla Rai per un anno. Quando ci torna, e da conduttrice, son successi epocali: “Città vuota”, “È l’uomo per me”, “Un buco nella sabbia”, “Se mi compri un gelato”, “Tu farai”, “E se domani”, “Se piangi, se ridi”, “Brava!”, “L’ultima occasione”, “E adesso sono tua”, “Ta-ra-ta-ta (try your luck)”, “Breve amore”, “Se telefonando”, “Mai così”, “Sono come tu mi vuoi”, “Mi sei scoppiato dentro il cuore”, “L’immensità”. Scrivono per lei Canfora, Sordi, Piccioni, Antonioni e Wertmüller (sì, i registi), Costanzo, Morricone. Si sposta pian piano dallo scanzonato al malinconico: come l’Italia, dal miracolo economico alla crisi (una congiuntura, dicevano: è ancora qui); come lei, che lascia Pani e si mette con Augusto Martelli, vede morire in un incidente d’auto l’amatissimo fratello Alfredo (il cantante Geronimo) e fallire l’impresa del padre, fonda l’etichetta indipendente Pdu, sede a Lugano, Svizzera, in una vita ormai telenovela nazionale, simbolo suo malgrado di un’Italia nuova.

Quando nel 67 incide “Canta ragazzina”, dalla base quasi psychobeat, dà l’addio alla gioventù. Voce diversa, più profonda, da sorella maggiore per le ragazzine dei tempi nuovi. Dice: “Presi in massa, i giovani d’oggi, fanno paura. Spaventa la loro insolenza, la loro aggressività. Presi uno per uno sono invece il contrario di quel che sembrano. Sono quelli che noi eravamo“. Ma è lei che fa conoscere al grande pubblico De André, fin’allora sconosciuto, incidendo “La canzone di Marinella” (che personalmente eviterei).

A 27 anni, è già Gran Signora, Diva Assoluta della tv e della canzone italiana, Idolo con cui è inevitabile confrontarsi: “I miei colleghi non li conosco molto. È impossibile che io diventi loro amica. Certo, ci terrei. Ma loro, non so perché, mi detestano. Durante Canzonissima accaddero cose spaventose. Si coalizzarono contro di me. Io non me la presi molto. Ma per giunta, dopo aver ottenuto quel che volevano, mi tolsero anche il saluto“. C’è poco da fare: Mina ormai è oltre. Lei non gareggia in tv: presenta le gare. Ogni disco, un successo. Vita privata e canzoni esprimono l’Italia che cambia in un dialogo tra lei, diva d’Empireo, e il pubblico. “Conversazione”, “Sabati e domeniche”, “La banda”, “Se c’è una cosa che mi fa impazzire”, “Noi due”, “Portami con te”, “Un colpo al cuore”, “Io innamorata”, “Vorrei che fosse amore”, “Niente di niente”, “Zum zum zum”, “Sacumdì sacumdà”, “La voce del silenzio”, “Bugiardo e incosciente”: tra 67 e 70 ormai è lounge d’alta classe, recital di Broadway visto da via Teulada, spruzzato di quella bossa nova che lei per prima introduce in Italia.

A 30 anni, non racchiusa nella pace del matrimonio, fa scandalo e desta riconoscimento. Lascia Martelli, si sposa con Virgilio Crocco, giornalista de Il messaggero. Ma esibisce sempre più sentimenti, carne e sensi concreti e insoddisfatti. Battisti tra 70 e 71 scrive per lei quattro grandissime canzoni: “Insieme”, che celebra il nuovo incontro; “Io e te da soli”, gospel blasfemo e voce da brivido carica di colpevole erotismo; “Amor mio”, che sconciamente la mette in primo piano (“Tu, amor mio / chi ti ha amato in questo mondo, solo io, / io invece io / sono stata / troppo amata“); “La mente torna”, un mondo di insoddisfazione e desideri extraconiugali non sopiti. Fa sua anche “E penso a te”. Nasce Benedetta, secondogenita, e Mina si separa da Crocco, che morirà investito da un auto negli Usa due anni dopo. Si mormora di un ritorno con Pani, di una nuova storia con Gian Maria Volontè, che pure aveva appena avuto una figlia da Carla Gravina. Fatto sta che il suo repertorio dal 71 la mostra divisa tra nuovi amori e delusione dagli uomini (“Something” di George Harrison, le antitetiche “Grande, grande, grande” e “Parole parole”, “Fiume azzurro”, “Io ti amavo quando” di James Taylor, “Eccomi”, “E poi”): autocoscienza in pubblico, che si fa collettiva e nazionale e racconta della guerra fra i sessi molto di più di mille canzoni femministe d’allora.

Stanca di essere diva, dal 72 interrompe i concerti; nel 74 preannuncia quasi il suo ritiro dalle scene in “Non gioco più”, pezzo che eroticamente ammicca e nega. Quindi estremizza il proprio personaggio di mangiauomini: “Nuda” di Don Backy, “L’importante è finire”, “Amante amore”, “Ancora ancora ancora” (ultima apparizione Rai, censurata in alcune inquadrature, mentre lasciva ed allusiva si lecca le labbra invitante e golosa), tutte di Cristiano Malgioglio (non ancora macchietta tv), la rendono Mito Erotico assoluto dell’Italia borghese. Si dice ormai che “canta col monte di Venere”, ma con autoironia in “Ma che bontà” autodistrugge la propria immagine di annoiata signora.

Quando dà l’addio alle scene, nei 14 concerti sold-out alla Bussola di Viareggio, ci si accorge che il suo pubblico è cambiato. Assieme ai Vip e alla buona borghesia, c’è un’invasione di gay. Già i suoi autori da tempo lo erano: Malgioglio, Paolo Limiti. E la stampa: “C’erano tutti i diversi di grido, da Renato Zero in abito di chiffon nero e occhiali a stanghetta d’oro all’ambigua Amanda Lear”. Si notavano inoltre famosi travestiti di Parigi, poeti maledetti, sarti effeminati, arredatori à la page, portavoci del “Fuori” e play-boy da spiaggia. Mi confida Lamberto, osservatore di prime teatrali: “Stasera c’è il meglio del terzo mondo. E sai perché? È Mina che li attrae. È il loro idolo. Ai suoi spettacoli non mancano mai. Perché Mina, e Patty Pravo in misura minore, rappresentano ai loro occhi la Donna Controcorrente: quella che ha infranto per prima i tabù, e ha inseguito l’amore senza preoccuparsi di tradizioni e convenzioni. Mina vive come le pare. E non gliene frega niente se l’oggetto della sua passione è dentro o fuori i parametri della morale sessuale”. E ancora: “Mina, ritenuta fino a ieri l’incarnazione del sesso, è oggi la nuova regina dei gay. Mina, una grassa, bianca regina che da un po’ di tempo anche fuori scena si circonda di omosessuali: intorno a lei si ritrovano esemplari che vanno dai quindici ai settant’anni. Nessun problema di classe o di cultura, purché siano gay hanno diritto a entrare nel clan della cantante“.

Poi Mina si ritira a Lugano, attua il sacrificio rituale della Diva. Scompare per esserci sempre e diventare, finalmente, la tranquilla signora borghese che ha sempre sognato.

Cosa rimane di Mina oggi? Un modo di cantare, virtuoso e innovativo, che permette di gettare un ponte tra tradizione italiana e odierna avanguardia: ho già detto di Meg, e voglio tacere delle mille anatrelle mainstream che invece la scimmiottano. E un modello di stile: è alla Mina di metà anni 60 che guarda Carmen Consoli nel tentativo di sfuggire al giovanilismo e di farsi nuovo classico. Mancano invece tanto due cose: la capacità di un’autoanalisi pubblica al limite dello scabroso, interprete però di sentimenti collettivi, e di essere Diva.

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