Gaznevada: Mamma Dammi La Benza
Esce su Shake un bel cofanetto Cd+Libro dedicato a “Mamma dammi la benza” dei Gaznevada, disco seminale di una delle più popolari e importanti formazioni del punk bolognese agli sgoccioli dei ’70. Renzo Stefanel, col pretesto di analizzare il disco, traccia la storia del gruppo e dell’Italia di quegli anni.
Shake edizioni pensa bene di riproporre una delle pietre miliari del rock italiano – come spesso accade, dopo il 1977, di nicchia e sconosciuta ai più. È “Mamma dammi la benza”, primo lavoro dei Gaznevada, ancora fortemente influenzato dal punk dei Ramones, uscito allora su cassetta prodotta dal buon Oderso Rubini, Gran Capo della cooperativa Harpo’s Bazaar che permise al mondo di conoscere, oltre ai Gaznevada, quegli altri debosciati degli Skiantos (produsse “Inascoltable!”) e le future e allora imprevedibili glorie dei Luti Chroma (di loro, Tullio Ferro compone per Vasco Rossi e Lucio Dalla; Mauro Patelli e Ignazio Orlando suonano con Luca Carboni; Giovanni Pezzoli e Gaetano Curreri hanno fondato gli Stadio). I Gaznevada sono figli del Movimento bolognese: quando si formano, nel 1977, si chiamano Centro d’Urlo Metropolitano (davvero un nome da Kollettivo Komunista). Sono già innamorati dei Ramones, ma nella Factory felsinea che frequentano e abitano, la Traumfabrik di artisti come Filippo Scozzari ed Andrea Pazienza, c’è ancora molto, troppo, fricchettonismo anni 70. Come racconta www.traumfabrik.bo.it, “la favolosa Bologna Rock non esisteva ancora. In quella Bologna dominavano i cantautori, la canzone popolare e gran dosi di musica cilena. Ma sarebbe durato ancora pochissimi mesi. Di lì a poco, l’uscita del primo disco dei Ramones avrebbe cancellato tutto il passato“. Aggiungiamoci un paio di viaggi londinesi, la conoscenza diretta del punk e del primo post-punk (Sex Pistols, Clash, Damned, Ultravox), l’adozione di un nome (Gaznevada, appunto), ispirato a un noir di Raymond Chandler (fa così primi ’80, se ci pensate). Momento topico: ancora come CdUM, il blitz sul palco del concertone del Convegno contro la repressione a Bologna, schifati dalla musica vecchia che vi si propone, gli insulti al e dal pubblico, sotto l’occhio delle telecamere avide del Tg1. Due anni dopo, il primo disco. È il 1979, e i sei improbabili gassatori sonici dai fantasiosi pseudonimi (anch’essi così primi ’80: Billy Blade, Bat Matic, Andrew Nevada, Chainsaw Sally, E. Robert Squibb, GianLuca Nicogamma Galliani) non son rimasti con le mani in mano. C’è fortissima l’influenza dei Ramones e dei Sex Pistols, ma ci sono anche il jamaican riff di “Everybody Enjoy With Reggae Music” (glielo rubò anni dopo, quasi uguale, Vasco Rossi per la sua “Vado al massimo”), il piano rockabilly di “Mamma dammi la benza”, il sax post punk di “Donna di Gomma” o di “Johnny (fallo per me)” che evoca vinili consunti del dinamico duo Bowie & Eno (date un’occhiata su traumfabrik.bo.it, se non ci credete): tutte cose che gettano ponti verso il futuro wave di “Sick Soundtrack” (1980) e quello dance di “Ic-Love Affair” (1983).
Finì che i Gaznevada furono forse gli unici assieme ai concittadini Skiantos, se la memoria non m’inganna, ad assurgere a notorietà nazionale oltre la nicchia dell’underground, in quell’ondata di nuovo rock nell’Italia del riflusso. Certo, questo non è un disco con la statura dei classici stranieri cui si ispira, ma è certamente seminale per la scena italiana. E riascoltarlo oggi, rivedere il video di “Telepornovisione”, leggere il bel libretto di 68 pagine allegato fa riflettere su punk e wave italiani: come ai tempi di r’n'r e beat, una versione più demenziale (checché ne dicano gli stessi Gaz) dell’esempio straniero. Ok, qui il modello sono più i Ramones che i Sex Pistols (comunque amatissimi) o i Clash, ma anche nei quattro prolet Usa la demenzialità non è mai raggiunta: i loro testi esprimevano più una voglia di insensata animalità (leggetevi “Cretin Hop”). Come al solito in Italia, la voglia di epater le bourgeois (e papà e mammà) prende forme infantili e bamboleggianti: non c’è nulla di veramente minaccioso. Tutto è esibito, appunto, per stupire, giocando sui doppi sensi del linguaggio giovanile d’allora, che si presupponeva chi avesse superato gli enta non capisse. Ma il senso è sempre tutt’altro: la “Bestiola” animale con cui si vuol andare a letto è ovviamente una gnoccona, e le bambine che si vogliono sodomizzare sono (per fortuna) le coetanee. Per cui ciò che se ne ricava oggi è questo: nel momento in cui voglio scandalizzare qualcuno (i benpensanti, la famiglia, la Chiesa, il Partito) voglio la sua attenzione; se voglio la sua attenzione, in qualche maniera lui è importante per me; se lo è, anche inconsciamente, vuol dire che – magari senza sospettarlo – sto preparando il mio futuro ritorno a casa (anche metaforico, costruendomi una rispettabilità, magari diventando professionista dell’alternativo). In Usa e Uk i gruppi punk nei loro testi non facevano nulla di tutto questo. Raccontavano la loro vita. Parlavano a quelli come loro. Costruivano una comunità che voleva essere separata dalla Società (degli adulti, dell’economia, dei fratelli maggiori hippie, ecc.), perché a loro quella Società semplicemente non interessava. Non c’era insomma contiguità ideale ed emozionale col passato. E non c’era futuro (sarà diverso il discorso per i Crass, ma quelli – andatevi a leggere le bio – non a caso erano ex hippie punkizzati, esattamente come i punk di casa nostra). C’era il presente, punto e basta. E semmai questo era lo scandalo: gli atteggiamenti, il vestiario, le svastiche indossate. E va bene. Ma da noi c’erano anche le parole (rare le svastiche, perché gli autonomi pestavano più della polizia). E c’era la comunanza di ideali – anarchici, post-comunisti autonomi, ecc. – con il fricchettonissimo Movimento. Insomma: la mamma era la politica, e non la si poteva tradire.
I Gaznevada svecchiano la musica italiana, producono dischi di grande qualità per l’Italia d’allora, ma ideologicamente sono molto più indietro del Great Complotto (da loro peraltro ammirato al punto da dedicargli “Pordenone U.f.o. Attack” in “Sick Soundrack”), e sono in rapida evoluzione grazie alle antenne drizzate verso quello che accadeva Oltremanica, dove il punk era già bello e sepolto (non scassatemi le palle: il punk è quello 76-77. Punto e fanculo.) e il post punk cominciava a produrre i suoi diamanti. Benché contenesse qualche brano già vecchio per sonorità e composizione (i più famosi, peraltro: “Mamma dammi la benza!” e “Criminale”), questo disco era comunque un oggetto alieno nell’Italia del ’79, assieme a qualche altro. Buono per gli articoli di curiosità/scandalo dell’Espresso, perché l’italica gioventù all’epoca correva dietro alla coppia Dalla-De Gregori, su e giù per lo Stivale con lo scanzonato tour di “Banana Republic”, al Renato Zero de “Il carrozzone”, che gettava i panni del trasgressore fiero e felice per indossare quelli della checca lacrimosa ed andreottiana, si dividono tra un Claudio Baglioni indeciso sul suo futuro e furori travoltisti. Insomma era in pieno riflusso, intenta a godersi la vita e a dimenticare perfino il presente. Che impatto poteva avere il punk italiano in questo contesto? E alla fine qualcosa di tutto questo filtra nel Gaznevada, che sono comunque più avvertiti dei loro compagnucci politici: nelle esaltazioni sessuali di “Criminale” (“Non siam porci con le ali / siamo solo dei maiali”: il riferimento è al romanzo “Porci con le ali” di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera), “Donna di gomma”, “Bestiola”, “Teleporno T.V.” vive un gigantesco vaffanculo alla ricerca hippie-extraparlamentare di una nuova sessualità, alla pesantezza del ragionare su come ci si comporta a letto, su come si dovrebbe farlo e con chi. E anche per questo “Mamma dammi la benza” è un disco importante.

